Io Ho Un Sogno

“I sogni grandi sono quelli che danno fecondità,sono capaci di seminare fraternità, di seminare gioia…”

Papa Francesco

LA NOSTRA STORIA

La nostra associazione si occupa di salute mentale, nata su mia iniziativa, al ritorno da un viaggio in Africa

Un proverbio orientale recita: “ Chi torna da un viaggio non è mai la stessa persona che è partita”.

Nel 2016 ho sentito un grande spinta, mentre tante persone morivano in mare nel tentativo di raggiungere l’Europa non ho potuto ignorare il desiderio, sempre più forte, di rendermi conto in prima persona cosa portasse tanti esseri umani uguali a me ad attraversare il Mediterraneo  con mezzi  con cui  probabilmente la maggior parte di noi europei non  penserebbe di  fare nemmeno  un’ escursione a poche centinaia di metri dalla riva del mare. Volevo vedere con i miei occhi…

Così, per dare risposte alle mie domande, sono partita per lo Zambia, uno dei paesi più a sud dell’Africa, ospite di una missione delle suore missionarie comboniane.

Difficile descrivere in breve la quantità di emozioni, sensazioni e pensieri che questo viaggio mi ha consegnato, ma se proprio dovessi cercare di sintetizzare:

La cosa che mi ha fatto veramente male:  guardarmi intorno e, in tutto il tempo della mia permanenza là, (circa 20 giorni del mese di agosto, il tempo delle mie ferie) attraversando i chiassosi-festosi-poverissimi-coloratissimi mercati, vedere soltanto pochissimi anziani, per poi documentarmi e scoprire che l’età media di uno zambiano è di 44 anni. Tanto possono fame e malattie.

La cosa che ho ammirato: ho scoperto un’incredibile dignità; pochi mattoni adagiati sotto un tetto di lamiere di ferro costituiscono le case, e davanti l’uscio dei pozzi ricolmi d’acqua che, anche se non potabile, non impedisce però a nessuno di lavare, lavare e ancora lavare i pochi indumenti di cui dispongono e presentarsi sempre pulitissimi (a parte i piedini dei bambini spesso scalzi e sempre pieni di polvere!). Purtroppo la mancanza d’acqua potabile è anche una delle cause del contagio di malattie terribili come il colera.

La cosa che più mi ha commosso: la solidarietà e l’altruismo di questo popolo. Ho ascoltato, dalle parole delle suore, che un bambino che rimane orfano viene adottato dall’intero villaggio, e che anche se qui tutti riescono a stento a fare un pasto al giorno, non esitano a condividere quel poco che hanno con chi è in una condizione peggiore della loro,   e così il bambino orfano mangia ora a casa di uno ora a casa di un altro diventando il figlio di tutti.

Quello che non dimenticherò: l’impossibilità di emanciparsi; quello sguardo pieno di rassegnazione e quello strano modo di vivere alla giornata che ad un occhio superficiale può sembrare disimpegno, mentre altro non è che un senso di impotenza  così profondo a causa del quale ogni sforzo appare inutile. Questo però non impedisce di gioire della vita e di quello che essa offre.

Eppure la vera “sintesi” di questo viaggio è avvenuta al mio rientro a Roma…

Nonostante la povertà estrema, il ricordo dei volti sorridenti degli zambiani, adulti e bambini, contrastava enormemente con la tristezza dei volti di tutti quegli immigrati che vedevo e vedo vagare, spesso come anime perse, in Italia. I volti di quegli esseri umani che hanno sfidato la sorte, lottando contro se stessi, il fato e la tentazione di abbandonarsi alla rassegnazione, sperando in un futuro migliore, i volti di coloro che hanno  tentato di attraversare il Mediterraneo guidati dalla speranza di un destino senza fame e malattia.

Una sera di settembre 2016, un mese dopo il mio rientro, Carmela,  una straordinaria suora di 70 anni  di cui 50 passati tra Congo e Centrafrica mi chiamò per chiedermi se potevo ospitare un ragazzo appena  arrivato dal Mozambico.  Non nascondo che la richiesta mi scomodò, iniziando a pormi mille domande circa il fatto se fosse il caso di ospitarlo. Suor Carmela mi raccontò che  per intendersi su come riuscire ad incontrarsi dentro la stazione Termini, operazione per cui noi quando dobbiamo dare appuntamento ad un amico impieghiamo al massimo sessanta secondi a loro non erano bastati cinquanta minuti perché lui non spiccicava una parola di italiano. E così la tentazione di stare nella mia bambagia  lasciò il posto al pensiero di quante notti avesse passato dormendo in posti sinistri , forse anche peggiori della stazione Termini, durante la traversata dell’Africa per giungere fino a Roma. Dall’indomani non lo avrei più rivisto, perché la sua destinazione era la Francia, e lui avrebbe dimenticato il mio volto, ma immaginando la sensazione di totale estraneità all’ambiente mentre lo pensavo vagare per quasi un’ora per cercare la suora, l’idea che anche solo per una notte avrebbe potuto sentirsi meno solo e abbandonato mi fece vincere ogni resistenza.   

Ho realizzato allora che un africano (o un qualunque altro immigrato) nel suo paese d’origine è sì, povero, in quanto privo di tante cose materiali, ma uno straniero lontano dal suo luogo d’origine è idicibilemente più sofferente e incommensurabilmente più povero, perché privato del bene più grande… è un essere umano solo e traumatizzato, privato del suo contesto, del luogo in cui è nato e della sua gente e quasi  sempre solo a cercare di dominare un mondo nuovo e complicatissimo,  in cui è approdato nella speranza di un futuro migliore e che in molti casi non si rivelerà tale….

Non è un caso che gli immigrati siano una delle categorie a più alto rischio di sviluppare una malattia psichiatrica…

La nostra associazione vuole essere un’occasione di solidarietà, non importa di che colore sia la pelle del destinatario del nostro sostegno, che sia un italiano o un immigrato, perché quello che ci anima è la convinzione che tutti gli uomini siano uguali e abbiano pari dignità. Il mio viaggio in Africa è stato solo un’opportunità, una delle più disparate vicende che possono accaderci nella vita e che ad un certo punto ci costringono a non voltarci più dall’altra parte. L’occasione avrebbe potuto essere anche una situazione completamente diversa ma di profonda “verità”: il nostro sostegno vuole rivolgersi a chiunque.

Il nostro aiuto è rivolto all’essere umano in qualunque stato di bisogno si trovi: psicologico, fisico, morale o materiale.

Se riusciremo a far sentire anche soltanto poche persone meno sole e abbandonate a se stesse  avremo raggiunto il nostro scopo. Vogliamo però pensare in grande e “sognare” che, se saremo in tanti, il numero delle persone per cui potremo fare la differenza saranno molte, molte di più.

Se vuoi e puoi, aiutaci a far sì che il sogno di qualcuno diventi realtà.

Una massima ebraica recita “Chi salva una vita salva il mondo intero”.

Alessandra Conti

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